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Le ferie del periodo Natalizio sono un buon momento per fare il turista, specie in Sicilia dove è facile trovare un allegro sole.
Girare per l’isola però non è facile, anni di trascuratezza politica ha reso i servizi pubblici poco fruibili.
Quindi occorre trovare un giusto equilibrio tra la qualità e il piacere della destinazione, il tempo a disposizione e quello di percorrenza dei mezzi.
Dopo aver riflettuto sulle mete coi giusti requisiti disponibili da Palermo punto il dito su Cefalù.
Ridente cittadina sul mare che non vedo da oltre vent’anni.
Ha un bel centro storico di epoca medievale, dalla stazione è facilmente raggiungibile a piedi, la passeggiata dal centro sfocia poi sul lungo mare.
Dalla spiaggia, se il tempo è bello, si possono vedere le Eolie sporgersi sull’orizzonte.
L’indomani, una giornata piena di sole come da pronostico, con un treno che procede con calma, dopo un tragitto di una oretta, vengo depositato sul suolo cefaludese.
Il primo impatto è di familiarità, avverto degli odori che fanno parte della mia memoria, mi accorgo che poco o nulla è cambiato dalla mia ultima visita, lì il tempo sembra avere smesso di scorrere.
Fuori dalla stazione ho ancora questa sensazione di tempo fermo, forse la novità principale è che ora la via principale del centro storico è solo pedonale.
Forse è questa assenza di automobili che suscita in me questa sensazione di tempo bloccato...
Mi guardo in giro e riconosco vari scorci, in fondo alla strada intravedo lo scintillante mare.
Prima di arrivarci faccio le classiche soste alla magnifica cattedrale e un giro nel lavatoio.
Il lavatoio è in fondo a una scalinata, andando verso l’interno lo scroscio dell’acqua si fa sempre più forte, poi vedo la struttura in pietra che forma tante cellette quadrate che fanno da pozze per il lavaggio dei panni.
La mia fantasia mi rende l’idea che al tempo il luogo doveva essere molto chiassoso eppure, pur essendo frequentato da altri curiosi, questo posto mi ispira, mi ha sempre ispirato una forma di tranquillità e pace.
Sarà forse per l’acqua che scorre, la penombra, o magari la passeggiata che ho fatto per arrivarci...
A un certo punto un signore dietro di me, in vena di filosofare dice ‘’Ah, che bei tempi dovevano essere quelli di quando venivano a lavare qui, si doveva vivere bene, in contatto con la natura, uno stile di vita sano, non come oggi che siamo immersi nelle schifezze’’.
In questi contesti c’è sempre qualcuno che ha questa esigenza di fare sapere al mondo quanto faccia schifo la società di oggi, di norma glisso.
Stavolta invece…’’Ha considerato che la gente viveva mediamente trent’anni? Che bastava una influenza per stecchirla? La fatica che toccava fare alle donne che venivano a lavare i panni qui? Che la mortalità infantile era elevata? Che per avere un pochino di acqua da bere doveva venire fin qua sotto a fare scorta? Che del mondo non conoscevano quasi nulla? Che per spostarsi occorreva avere almeno un asino o si andava a piedi?’’
Rimane un attimo interdetto da questa sfilza di domande, poi…’’bè, si, quelli vivevano a contatto con la natura ma in effetti anche la vita di oggi ha dei vantaggi’’… contento di aver trovato la quadra saluta e si allontana immerso nelle sue profonde riflessioni…
Sorrido tra me, getto una ultima occhiata al lavatoio, poi una volta risalita la scalinata abbagliato dal sole proseguo verso il mare.
Lì giunto, cerco un buon angolo per ritrarlo con gli acquerelli, mi seggo a una panchina a ridosso della battigia, e pennelli in mano lascio che il tepore solare inondi il mio viso con gli occhi persi nel blu del cielo e del mare.